lunedì 16 settembre 2013

Tempo d'Autunno...

Arriva l’autunno…. il suo profumo è nell’aria, e la sua presenza si percepisce nell’ingiallirsi delle foglie, nel maturare dell’ultimo grande raccolto, nei primi brividi di freddo, nella coperta pesante sotto la quale scaldarsi e addormentarsi piene di sogni, di tepore e delle fusa dei gatti…
Arriva l’autunno, e con esso giunge l’istinto di rintanarsi, coprirsi, nascondersi, cercarsi nelle profondità di noi stesse, allontanarsi dal mondo comune e rifugiarsi nell’incantato mondo interiore… si accende il fuoco, si scalda una teiera di tè speziato, ci si avvolge nel maglione preferito – anche se ormai consumato, con i fili tirati e i colori sbiaditi – e nella calda e dolce luce delle candele.
Arriva l’autunno, e le porte del Viaggio si aprono… giunge il Tempo del Sogno, calano le Nebbie che nascondono i reami segreti oltre il loro velo impenetrabile, e arriva implacabile il momento di lasciar andare il vecchio, preparandosi ad accogliere il nuovo…
Non subito però… questo è il tempo del Riposo e del Sonno, è il tempo del Passaggio, del Cambiamento… della prima vera Discesa in luoghi sconosciuti, percorsi eppure sempre ignoti.
In questo tempo tutto Cambia, tutto Muta, tutto può apparire diverso da com’è in verità, e la verità stessa si rivela oltre l’apparenza.

Quest’anno sento solo il bisogno di chiudermi al mondo. Di ascoltare, osservare, rimettere in ordine i pensieri, di trattenere, ricevere, sentire… e ritrovare. Ho alcune piccole ferite da curare nel silenzio e nella solitudine.
Sento il bisogno di non esporre nulla, di non dare, di non mostrare.
Riposo e Sogno… Tepore, luci soffuse, una tana, calda e tenuamente illuminata dal fuoco… dalla cui soglia osservare le foglie che cadono, l’oro e il rosso del crepuscolo, la falce di Luna.
Solo questo, per guarire qualche malinconia e ritrovare quella presenza, quel centro pulsante di vita, armonia e gioia, che è nascosto nel punto più profondo di se stesse… e che se ritrovato può allontanare qualsiasi pensiero, e chiudere gli occhi al vuoto per riaprirli sulla dolce armonia del cuore.

Mi sento una foglia d’autunno, che staccata dal suo ramo cade leggera, ondeggiando nell’aria fresca, e viene accolta dall’amorevole abbraccio della madre terra, o un germoglio delicato, che decide di non emergere per rimanere nascosto nelle profondità del suolo. Protetto dall’ombra e dal silenzio.

venerdì 17 maggio 2013

Il nuovo Tempo

Fino a quel giorno avevamo vissuto in pace. Noi donne, sorelle di sangue e di spirito.
E avevano vissuto in pace i nostri uomini, legati a noi da vincoli di parentela e di amore, eppure liberi, così come libere eravamo noi, che con cura e dedizione mantenevamo l’armonia e l’equilibrio nei nostri clan.
Fino a quel giorno, le ore, i giorni, gli interi cicli stagionali, erano trascorsi nella gioia e nella condivisione. I nostri uomini passavano molto tempo in mare, nelle lunghe imbarcazioni a forma di mezzaluna. Pescavano per noi, e noi coltivavamo la madre terra con i semi che Lei ci aveva donato all’inizio dei tempi, quando in forma di Donna Antica era giunta dalle acque salmastre con le mani colme di piccoli granelli scuri.

“Figlie mie, donate alla Terra questa sacra semenza, dissetatela con la sacra acqua e lasciate che il sacro Sole la scaldi, e che la sacra Luna, vostra Madre e Sorella, regoli il suo germogliare.
Da questi sacri grani verrà il vostro nutrimento.”

Così, avevamo fatto ciò che la Donna Antica aveva detto, e in pochi cicli lunari le foglie verdi si erano innalzate dalla terra, e frutti, verdura, grano ed erbe mediche erano maturate al Sole e alla Luna.
Fino a quel giorno avevamo svolto i nostri rituali segreti nelle capanne di terra e acqua. Avevamo acceso i fuochi, danzato nude sotto la luna, ci eravamo bagnate nel mare, recandogli Doni per ciò che lui donava a noi. Avevamo celebrato il sangue e la nascita, l’amore e la morte. Avevamo cantato per la Luna, osservato il cammino delle stelle. Avevamo misurato e innalzato pietre, avevamo cotto il pane e preparato sacchetti di medicina.
Avevamo amato i nostri uomini, che ci amavano e ci accarezzavano la pelle con baci e fiori. Avevamo amato i nostri figli che come fiori erano sbocciati dal nostro grembo fecondo, pieno come la Luna, nostra Madre e Sorella.
Fino a quel giorno avevamo gioito. Gioito pienamente della Vita.

E poi giunsero loro.
Le Anziane lo avevano predetto. Un’ombra scura aveva attraversato il loro sguardo, la loro fronte si era corrugata e il loro cuore aveva tremato. Leggendo nel fumo e nelle braci, le Anziane avevano capito che il mondo sarebbe cambiato, e che il Tempo era giunto.
Quel giorno li vedemmo apparire sulla linea luminosa che divide l’oceano dal cielo. Cupi e neri come demoni terribili, spegnevano con il loro avvicinarsi la luce che fino ad allora aveva vegliato sulle nostre fronti scurite dal Sole.
Parevano lontani, eppure per quanto tempo ci misero a raggiungere la riva, a noi non sembrò che un istante.
Ormeggiarono quelle navi grandi e spaventose e si buttarono sulle sacre spiagge, urlando e ridendo in un modo che ci sembrò subito diverso dal modo di urlare e ridere che avevamo noi. Non c’era luce nelle loro risa, ma solo foga e volgarità. Non c’era grazia selvaggia nelle loro urla, ma solo orrore e ferocia.

I primi giorni che trascorsero sull’Isola rimasero vicini alle loro imbarcazioni, e qualcuna di noi, spinta da una vana, quanto bramosa, speranza, disse che non ne avremmo avuto male, che presto sarebbero ripartiti e che tutto sarebbe tornato alla normalità. Che, forse, le Anziane avevano sbagliato.
Ma nemmeno loro credevano alle loro parole. Le Anziane non sbagliavano mai.
Così il Tempo giunse. E noi conoscemmo ciò che non avevamo mai conosciuto.
La nostra terra cominciò ad essere sfruttata, i nostri corpi di Donne belle e sacre vennero profanati, i nostri uomini vennero costretti a lavorare per i loro padroni. Loro, che non avevano mai saputo cosa fosse un padrone.
Si diffusero malattie delle quali non avevamo mai conosciuto l’esistenza, e per le quali non avevamo alcuna medicina. L’ombra viveva davanti al nostro sguardo, e i nostri occhi conobbero la rovina e la disperazione.
Peggio delle malattie che quegli uomini riversarono su di noi e sulla nostra sacra terra, vi era un sentimento oscuro e furente che cresceva nei nostri cuori, e che nessuna di noi aveva mai conosciuto. Un sentimento che ci scavava dentro e che non sapevamo come guarire.
Così alcune di noi parlarono alle Anziane e innalzarono preghiere alla Donna Antica per chiederle aiuto.

“Anziane Madri, diteci, cos’è questa tenebra oscura che ci cresce dentro? Cosa ci divora nel cuore e ci rende cupe e accigliate?
Abbiamo udito gli invasori nominare l’odio.
E’ forse questo il nome con cui viene chiamata la tenebra nel loro mondo di distruzione?
Eppure, come possiamo non nutrire la tenebra davanti ai loro sacrilegi?
Come possiamo non cedere alla sua oscurità quando penetrano i nostri corpi con furia e violenza?
Come possiamo non desiderarla quando penetrano i corpi delle nostre figlie e delle nostre madri,
quando distruggono i nostri altari e bruciano le nostre case?

Come possiamo non assecondarla quando rubano i nostri uomini e li portano a lavorare e morire nei buchi che loro hanno scavato nella sacra terra, per rubarle i suoi tesori?”

Le Anziane stavano sedute in cerchio, nel silenzio. Era la prima volta che non ci sorridevano rassicuranti, donandoci con amore la risposta alle nostre domande.
Ci guardarono… ma rimasero in silenzio.


Non posso continuare a scrivere, perché anche io sto attendendo la loro risposta.
Una risposta che non conosco, e che se loro hanno ricevuto, io non ho udito.
Ma posso sperare che la Donna Antica abbia parlato. E che parli anche a noi, che aspettiamo di udire la sua Voce.

Spero di non aver mancato di rispetto a nessuna, scrivendo questo breve testo.
Non è mia intenzione rubare una tradizione che non mi appartiene, e se ho composto questo testo è solo perché ho voluto trascrivere, parola per parola, il racconto che la mia mente mi ha suggerito.
Forse, dopotutto, questa tradizione appartiene a tutte le Donne, in tutto il mondo. Senza alcuna eccezione.

Non voglio meriti non miei. Il testo è interamente ispirato da “Le Figlie della Donna di Rame” di Anne Cameron e dalle ricerche di Heide Goettner-Abendroth inerenti in particolare alle invasioni dei bianchi sulle terre lontane dell’America e del Canada.
Ogni Donna dallo spirito antico è uguale a quelle terre, ovunque lei sia, ovunque sia nata o nascerà.
Noi tutte siamo terra devastata che attende una Risposta e la Guarigione, che solo dentro di noi possiamo coltivare.

Se l’ispirazione mi suggerirà una risposta, proverò a scriverla nel momento in cui verrà.
Sino a quel momento, ognuna di noi può provare a chiedere aiuto alla Donna Antica e alle Antenate, cercando la loro risposta nel fremito delle foglie, nell’ululare dei venti, nella luce della Luna, nostra Madre e Sorella.

***

Questo brano mi appartiene, ma appartiene ad ogni donna che lo senta suo. Se volete condividerlo, fatelo, ma scrivete il mio nome, perchè se è vero che ogni testo appartiene a chi l’ha partorito, allora è giusto che in tal modo sia ricordato.

lunedì 15 aprile 2013

Il Riflesso perduto

Spesso mi ritrovo a cercare il mio riflesso dove prima lo trovavo sempre… mi bastava aprire un libro, leggere due righe, e ritrovarmi, piena di nuova forza, di entusiasmo, di gioia ed equilibrio interiore. Ma ora lo Specchio nel quale mi riflettevo e nel quale ritrovavo il mio vero volto, il mio vero cuore, la mia vera anima, è offuscato, opaco… a volte è completamente avvolto da un pesante velo, il velo che cela il sacro agli occhi del profano, il velo che richiede d’essere sollevato da chi desidera più di ogni altra cosa guardarvi oltre, per ritrovare quello Specchio… e riflettersi.
Mi sento come l’antica Amaterasu, chiusa nella sua grotta buia, ma per me nessuna danza richiama il riso delle mille moltitudini di Déi, che incuriosisce la Dea e la spinge ad affacciarsi dall’antro, per me nessuno Specchio attende al suo ingresso, per riflettere la luce del sole di cui è fatta Lei, perché finalmente si riconosca e riporti la Luce nel mondo…
Sono solo una donna, con molti difetti, e di sicuro non sono degna di tanta Fortuna…
O invece forse sì… forse ognuna che Cerca e si merita un po’ di Fortuna, è attesa dallo Specchio sulla soglia della grotta…
Io ho bisogno di crederlo, per ritrovare una scintilla di quella speranza che anni fa riempiva la mia vita e rendeva i miei occhi pieni della visione del magico, per cui tutto era magico intorno a me, tutto era divino, e io partecipavo di quella magia e di quella gioia che tali visioni profonde mi donavano.
Non è così buia la mia grotta, direi che è immersa in una tiepida penombra, e ci sto ragionevolmente bene… molte donne ci vivono tutta la vita, provando forse un debole senso di mancanza per cui anche le fortune più grandi non le soddisfano mai completamente…
Ma chi ha provato, almeno in piccola parte, a vivere completa, non potrebbe mai e poi mai accontentarsi di una vita simile… E l’unica cosa che sento è che mi manca lo Specchio, perché è talmente essenziale alla mia anima che senza di esso non posso vivere veramente.
Qualche volta un istante di limpidezza e luminosità rianima lo Specchio, e riesco per pochi momenti ad abbeverarmi in quel raggio di luce, ma ci vorrà ancora molto tempo prima che la limpidezza e la luminosità permarranno stabili, e la sorgente a cui mi abbeveravo sempre torni a sgorgare libera e copiosa.
Per adesso vivo nella penombra. E il ricordo dell’entusiasmo che mi animava prima, e della visione del magico che mi accompagnava sempre, mi si scioglie nel cuore e mi riempie di una nostalgia che non è più solo quella del tempo antico, ma anche quella del mio tempo antico.
Un tempo che non posso far altro che continuare a cercare, sperando di trovare la chiave per accedervi di nuovo, la chiave per aprire la porta della grotta, sollevare il velo dallo Specchio, e finalmente, finalmente riflettermi di nuovo, lasciandomi invadere dall’onda infinita e travolgente dell’acqua della vita, che disseterà la mia anima come sacro nettare fatto di luce e di acqua, di colori e di gioia. Ancora una volta.
Desidero davvero, più di ogni altra cosa, ritrovare quel riflesso, e non lasciarlo andare mai più… mai più, per sempre.