Visualizzazione post con etichetta Frammenti luminosi nel vuoto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Frammenti luminosi nel vuoto. Mostra tutti i post

venerdì 22 marzo 2013

Il Cacciatore e la Preda

“Il sole tramonterà fra poco” disse Iris, osservando gli ultimi raggi che calavano oltre Monte Antico e riparandosi gli occhi dall’intensa luce dorata, “prepariamoci a rientrare, sarà una notte fredda e dobbiamo ancora accendere il fuoco.”
Catrina si sollevò dall’erba, stiracchiandosi come una gattina con provocante e giocosa sensualità.
“Hai ragione…” sorrise maliziosa, “ho proprio voglia di sdraiarmi davanti al caminetto e di farmi accarezzare la pelle nuda dal languido calore delle fiamme… a volte riesce ad insinuarsi in posti davvero impensabili…”. Guardò intensamente Aurora e subito scoppiò a ridere davanti allo sguardo un po’ imbarazzato della fanciulla, che percependo l’intensa carica erotica di quella donna un po’ sfacciata, aveva sentito un’ondata di calore salire dalle sue parti intime, ed era visibilmente arrossita.
Catrina le passò accanto accarezzandole i capelli, e si diresse ancheggiando verso la porta della Casa delle Donne.
Iris riuscì a stento a trattenere il riso, e visto che voleva evitare di mettere ancora più in imbarazzo la timida Aurora, sorrise e, con fare sconsolato, scosse la testa. “Non farci caso… lei… è fatta così.” Poi si alzò e porse la mano ad Aurora, che l’afferrò e si alzò a sua volta.
I bassi raggi di sole avevano avvolto tutta la radura verde, e i botton d’oro sembravano brillare come piccole lampade fatate, pronte ad accogliere sogni e desideri notturni, e a restituirli alle prime luci del mattino.
Mentre le due ragazze si avvicinavano alla Casa, la bella Elsbet le raggiunse. I suoi capelli neri si agitavano nella brezza fresca e su un braccio reggeva un cesto pieno di bacche ed erbe raccolte nel bosco.
“Vuoi assaggiare?”, chiese ad Aurora, “sono i doni del bosco, e probabilmente non hai mai mangiato frutti così dolci!”. Sorrise, e la fanciulla vide riflettersi in quel caldo sorriso tutto l’amore e la luminosità del sole.
Mentre le tre donne, parlando amabilmente, stavano per rientrare, d’un tratto Elsbet si fermò e con uno scatto improvviso si voltò indietro. Il suo sguardo si era accigliato profondamente, mentre tendeva l’orecchio per afferrare qualsiasi rumore e annusava l’aria in direzione del Sentiero Nascosto.
Aurora guardò Iris con sguardo interrogativo, ma quando si girò di nuovo verso Elsbet fece solo in tempo a scorgere la coda di un grande lupo nero che, a grandi balzi, spariva nel folto del bosco.
Dalla bassa valle abitata, due uomini in giaccone di pelle salivano a piedi lungo la strada sterrata. Dietro la schiena portavano due grandi fucili tirati a lucido e tutto l’occorrente per scuoiare le loro prede.
“Certo che è proprio una bella serata per la caccia. L’aria è limpida e la visuale è nitida. L’ho sempre detto che colpire gli animali al buio, quando meno se l’aspettano, è la cosa migliore, così risparmiamo anche la fatica di doverli seguire!”
“Ben detto amico mio, vedrai che non torneremo a mani vuote. Oggi al bar del villaggio ho sentito dire che nella pineta vicino al Lago Verde c’è una bella colonia di cervi, e che le femmine sono in calore… Se siamo fortunati non si accorgeranno nemmeno della nostra presenza.”
“Una bella cerva in calore me la porterei a casa volentieri”, rise volgarmente il primo, “anche se al momento preferirei la biondina che serve ai tavoli della vecchia trattoria… l’hai notata? Tutta gentile e carina, con quel faccino pulito e sorridente… secondo me è una bella verginella e non ha ancora assaggiato i piaceri che solo dei veri uomini come noi potrebbero dare ad una donna…”, l’uomo gonfiò il petto, tronfio di sé stesso, mentre avvertiva fra le gambe una debole eccitazione.
“Certo che l’ho notata”, rise con una smorfia smaniosa il secondo, “vuoi che non abbia visto come si muove sinuosa fra i tavoli, mentre fa il suo lavoro e ci serve da bere? Secondo me lo vuole, solo che non ha il coraggio di chiederlo… e io glielo darei proprio volentieri. Ti dico la verità, me la scoperei sul bancone… Anche se non lo danno a vedere, a quelle come lei piace essere prese così, con violenza… godono come delle capre!”
I due uomini risero sguaiatamente, mentre, entrambi visibilmente eccitati, presero a salire lungo il Sentiero Nascosto, che conduceva al Lago Verde e alle Radure Alte.
Nessuno dei due aveva notato i due grandi occhi gialli che, tra le fronde basse della pineta che costeggiava la stradina, li osservavano immobili.
“A proposito di femmine… ho sentito dire che da queste parti, nessuno sa dove esattamente, ogni tanto se ne veda qualcuna passeggiare di notte, quando c’è la luna. Chissà che non ci capiti di incontrarne un paio per concludere la serata in bellezza”.
“Tutte sole nel bosco, di notte? E non hanno paura del lupo cattivo?”, ammiccò il primo uomo, “Potrebbero solo essere felici e grate di incontrare dei maschi prestanti come noi… E poi quelle un po’ selvatiche sono le mie preferite, hanno sempre bisogno di imparare le buone maniere… e io gliele insegnerei volentieri, vedi come urlerebbero di gio…”. L’uomo non riuscì a finire la frase, il fiato gli morì in gola. L’ultima cosa che era riuscito a vedere erano gli occhi gialli e le enormi fauci spalancate di un grosso lupo nero.
Il secondo uomo, in preda al terrore, cercò di imbracciare il fucile, ma un tremore violento gli fece scivolare l’arma dalle mani, e in meno di un istante il lupo gli fu addosso. Le zanne appuntite si richiusero sulla sua gola e un fiotto di sangue caldo e denso sprizzò dalla giugulare recisa di netto, mentre lui soffocava gorgogliando nel suo stesso sangue con gli occhi sbarrati e increduli.
Il lupo mollò la presa e col muso spinse giù dal sentiero i due corpi agonizzanti, che si schiantarono più volte sulle rocce sottostanti, fino a rotolare sul fondo di una conca sterile e deserta.
Sul versante opposto della montagna, due enormi gipeti avevano osservato la scena con crescente interesse. La femmina si sporse dal nido, per individuare dove fossero caduti i due corpi inermi, e dispiegando le grandi ali si gettò sulle prede, subito seguita dal maschio. Nel loro volo solenne, i due rapaci si voltarono per un attimo verso il lupo, che li osservava dal margine del sentiero, e chinando il capo gli mostrarono riconoscenza. Tutta quella carne e quelle ossa fresche avrebbero sfamato loro, i piccoli nel nido, e altri rapaci della valle circostante, e dei due uomini non sarebbe rimasta alcuna traccia.

Il sole era calato oltre Monte Antico, e Aurora guardava con insistenza verso il Sentiero Nascosto, nel folto del bosco. Al crepuscolo scorse in lontananza un’ombra chiara, che, illuminata dagli ultimi riverberi di luce, camminava con passo sicuro ed elegante verso la Casa delle Donne. Subito intuì la figura di Elsbet, ma non appena la donna fu abbastanza vicina, vide che era tutta sporca di sangue. Il viso, la bocca, i seni e le braccia erano macchiati di rosso, e se in una circostanza diversa la fanciulla avrebbe provato paura e repulsione di fronte a una visione simile, in quel momento riconobbe soltanto la Donna Dipinta di Rosso che le veniva incontro, una cacciatrice selvaggia avvolta da un'aura potente che per quanto fosse inquietante e terribile, era profondamente armoniosa, naturale, forse addirittura divina.
Iris si avvicinò ad Aurora, che attendeva sulla porta della Casa, e quando Elsbet le raggiunse, la guardò con amore. “Siamo al sicuro?”
“Adesso sì.”
“E tu stai bene?”
Elsbet sorrise, radiosa come sempre.
“Mai stata meglio.”

 

Testo di Viola di Nebbia. Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso scritto dell’autrice.

sabato 12 settembre 2009

La casa della signora delle arpe

Ogni volta che, come in un piccolo rituale, entro in quella casa di campagna, qualcosa in me si illumina e mi perdo nei sogni ad occhi aperti nell’immaginare come sarebbe per me vivere lì, oppure, ancor più, come sarebbe trovare finalmente il mio Nido da rendere tutto come in una fiaba, una delle più belle…
Ricordo la prima volta che ci sono entrata… grandi arpe, un clavicembalo dipinto di fiori, un pianoforte a coda, mobili antichi e tante candele accese su candelieri di ferro battuto… un tepore dolce e caloroso, come se tutto intorno invitasse a fermarsi, ad accoccolarsi, ad ascoltare la pioggia durante i temporali che là sono sempre così violenti, e per questo così belli…
Le finestre poi sono rivolte ad un piccolo mondo selvaggio, una di queste è coperta di rampicanti e filtra una tiepida luce verde attraverso i tralci di convolvolo e edera… Ognuna di esse si apre dolcemente sul frutteto, al di là del quale le care e famigliari campagne, ora dorate per il riso maturo, in perenne contrasto col cielo turchese e con i cespugli violetti di salcerella, che cresce a bordo dei fossati… e il frutteto è così piccolo e intricato, eppure proprio per questo così splendido e naturale, che cattura lo sguardo e porta ad immaginare come sarebbe bello potervi creare il magico giardino segreto di Mary… oggi mentre lo guardavo immaginando come sarebbe potuto diventare ancora più bello, è sbucata fuori saltellando una lepre… le lepri selvatiche nel giardino dietro casa…? che sogno è mai questo…? Si è avvicinata molto attirata dal cibo, e si è fermata tanto a mangiucchiare nell’erba… così vicina, con gli occhioni grandi e rotondi, perfettamente a suo agio… quella stranita e al contempo incantata ero io che la guardavo, dall’alto, fra i tralci di convolvolo e edera.
Amo quella casa e amo stare con chi la abita, con chi l’ha sempre riempita di musica dolce e femminile, fra una tazza di ottimo tè servito in tazze dipinte di fiori come nei servizi delle signorine inglesi, e fette di torta di cioccolato e biscottini… a volte sembra di essere davvero nella bella Britannia che a tanti, me compresa, rapisce il cuore… e non posso fare a meno di continuare a sognare, ispirata ed incoraggiata ogni volta da quel luogo, che seppur non abbastanza amato ha sempre il suo posto d’onore nel mio intimo… e se tutto l’amore che riceve non basta, il mio solo lo riempie interamente.

lunedì 15 settembre 2008

Di spezie e cornamuse

Cammino per le vie di una città che non ha un’anima… nemmeno qualche vago barlume che ricordi una qualche remota profondità dimenticata… nulla.
Le persone mi camminano accanto, mi incrociano, formano i loro gruppi che si addensano intorno alle solite inutilità che accendono il loro interesse… poi si sciolgono e proseguono il loro camminare, il loro stare fermi, il loro non esistere… sguardo vacuo, o affaccendato, o pieno di falsa sicurezza e nessuna meta, nessuno scopo, nessuna ragione.
Il cielo è grigio e minaccioso, colmo di nuvole nere e promettenti pioggia, lampi e tuoni, ed un forte vento decisamente freddino sbatte contro il viso, ricordandomi vagamente le terre del Nord, dove questo deve essere il “bel tempo”.
Stringo le braccia intorno alla pancia, per ripararmi un pochino dall’aria e mi rifugio in un piccolo bar, un art cafè che espone le opere di giovani artisti emergenti, spesso molto giovani e poco artisti, ma con una gran voglia di emergere. Quelle stesse persone, il più delle volte presuntuose, piene di sé e poco simpatiche, che ai tempi della scuola, al liceo artistico, non sopportavo per niente… senza, ovviamente, generalizzare troppo.
Appena entrata, un dolce tepore e le luci basse mi avvolgono piacevolmente, e mi lascio coccolare un poco dal calore. Poi ordino un infuso di spezie orientali e salgo la scala a chiocciola che porta alla solitaria e graziosa saletta del piano superiore, dove si trovano, appese ai muri di un bel colore arancio, le opere artistiche. Come sempre lancio una breve occhiata alle cornicette, convinta di trovare i soliti schizzi astratti o i disegni di qualche aspirante stilista, ma qualcosa di molto diverso cattura immediatamente la mia attenzione, mentre il cuore si riempie di aspettativa, curiosità e meraviglia. Foto e piccoli resoconti di un viaggio, nella Scozia del Nord… Oban, Edimburgo… le Isole Orcadi…
Quasi di corsa raggiungo l’ultimo tavolino in fondo alla saletta, nell’angolo – il mio posto preferito perché il più piccolo e riservato – per appendere la borsa alla sedia ed essere poi libera di incominciare, anche io, un piccolo viaggio…
incontro subito il campo di battaglia di Stirling… una distesa verde e oro sotto un cielo azzurro pieno di nuvole “sempre inquiete”… un campo immenso, “ora silenzioso”…
Urquhart Castle, sull’immobile e scuro lago di Loch Ness… e poi Oban, con le sue casette che danno sul porto ed un antico bosco che mi è un poco caro sebbene non l’abbia mai visto, ora deturpato da una specie di orribile colosseo rimasto incompiuto… e sempre Oban, ma nella sua costa verde, fredda, silenziosa tanto che appare come sospesa nel tempo… pare che attenda qualcosa… o forse è l’assenza del tempo stesso che fa fermare il respiro in un prolungato istante, facendo percepire l’eternità di quella terra immobile.
Ecco le Isole Orcadi con un mare dalla bellezza unica… la baia di Scapa Flow, dove “le onde lambiscono i resti delle navi affondate” e “il mare è illuminato da una luce nordica, argentea e quasi irreale”, come narra il fotografo che ha immortalato queste visioni.
…il campo della battaglia di Culloden, ad Inverness… la brughiera si spande in macchie verdi e ocra, coperta a tratti da tappeti d’erica porporina, “l’erica che colora di viola il piano come un tempo il sangue deve averlo imbevuto di rosso”.
Ma le parole che più carezzano l’anima sono quelle che descrivono la Scozia nel suo insieme, “perché si può uscire di casa e, dopo pochi metri, ritrovarsi indietro nel tempo, dimenticarsi tutto ciò che si è lasciati alle spalle, sentirsi parte di qualcosa di antico e profondo”.
Inebriata e lievemente malinconica – come pare sempre un po’ malinconica quella terra vasta, aspra e bellissima – torno al mio tavolino, dove l’infuso mi aspetta, odoroso e fumante…
Proprio sulla parete accanto a me guardo di nuovo la foto che per prima avevo contemplato, con gli occhi lucidi… la foto che, accompagnata dalle parole del viaggiatore, ho trattenuto nel cuore più d’ogni altra.
Eilean Donan Castle… immerso nel paesaggio dagli intensi contrasti… bellissimo.
Rileggo quelle parole, ancora una volta…
“Cammino sull’acqua mentre da qualche parte l’immancabile suonatore di cornamusa libera nell’aria la sua melodia. Questa è pura meraviglia, una fiaba da godere lontano da tutto e da tutti”…
…come deve essere respirare l’aria gelida, stretti nei propri abiti pesanti, al centro di un’esplosione di Natura indomabile, immensa, contemplando un castello antichissimo e sentendo giungere, nell’aria, il suono lontano di una cornamusa…?
Non credo che le parole possano servire… non farebbero che rompere l’indicibile magia e l’incanto senza fine…
Il profumo delle calde spezie risveglia le mie narici, mentre il fumo mi colorisce le guance e mi riporta, anche se non completamente, alla realtà attuale. Arancio, zenzero, cannella… deliziosi compagni di viaggio che mi scaldano dentro, come se perdendomi in quelle immagini fossi rimasta intorpidita dal freddo e dal vento furente…
Sgranocchio i biscottini alla cannella mentre lo sguardo continua a vagare intorno, profondamente commosso…
Anche io, come l’autore delle foto e degli scritti, sono tornata indietro nel tempo, dimenticando tutto ciò che mi ero lasciata alle spalle… e quel qualcosa di “antico e profondo” vibra ancora adesso. In uno scorcio di bellezza in mezzo al vuoto, ha trovato una luce e un dolce sospiro di vita.


Le citazioni che ho riportato sono di Clode, autore della piccola mostra fotografica sul suo viaggio in Scozia. La mostra è esposta all’Irene Art Cafè di Novara (Settembre 2008).